Quando il dato sostituisce il sentire: la cybercondria e la fatica di ascoltarsi
Un formicolio al braccio, una ricerca veloce online, e in dieci minuti sei convinto di avere qualcosa di grave. Oppure: guardi il grafico del battito ...
Un formicolio al braccio, una ricerca veloce online, e in dieci minuti sei convinto di avere qualcosa di grave. Oppure: guardi il grafico del battito cardiaco del tuo smartwatch più volte al giorno, non perché stia succedendo qualcosa, ma perché guardarlo è diventato il modo con cui verifichi di stare bene.
Questo comportamento ha un nome, **cybercondria**: la tendenza a cercare online o attraverso dispositivi di monitoraggio conferme sul proprio stato di salute, in un ciclo che spesso aumenta l'ansia invece di calmarla. Non è ipocondria nel senso classico: nasce dalla disponibilità enorme di dati e strumenti di misurazione, e si nutre proprio di quella disponibilità.
Perché il dato non basta a farci sentire tranquilli
John Bowlby, nei suoi studi sulla teoria dell'attaccamento, ha mostrato come la capacità di riconoscere e regolare i propri stati interni si costruisca fin da piccoli in una relazione con un'altra persona che li nomina per noi, prima che impariamo a farlo da soli. È un processo relazionale, non un dato che si legge. Un dispositivo che misura battiti, ore di sonno, livelli di stress può informarti su cosa sta facendo il tuo corpo, ma non può fare quel lavoro di nominare e contenere che nasce da una relazione vera.
Quando il dato diventa l'unico canale attraverso cui sappiamo come stiamo, perdiamo pian piano la capacità più basilare di sentirlo da soli: quella che in psicologia si chiama interocezione, la percezione dei segnali interni del proprio corpo. Più deleghiamo quella percezione a un numero su uno schermo, meno ci alleniamo a riconoscerla senza bisogno di conferma esterna.
Non è un problema di troppa informazione
Non è che sapere di più faccia male in sé. Il problema è quando il sapere sostituisce il sentire, invece di accompagnarlo. Due persone possono guardare lo stesso dato - la frequenza cardiaca durante un attacco d'ansia - e usarlo in modo opposto: una per capire meglio cosa le sta succedendo, l'altra per alimentare la paura che qualcosa non vada, controllando il dato sempre più spesso in cerca di una rassicurazione che non arriva mai davvero.
Cosa aiuta
Prima di guardare il dato, fermarsi un momento e chiedersi: come mi sento, prima ancora di controllare? È un esercizio semplice ma non scontato, perché richiede di fidarsi per un momento della propria percezione più che dello schermo. Se quella domanda genera solo ansia, o se il bisogno di controllare un dispositivo diventa frequente e logorante, è un tema da portare a un professionista, non da risolvere con un'altra app di monitoraggio.