Delega di memoria: cosa può fare la tecnologia per te (e cosa no)

Un'app ti dice quanto hai dormito, quanti passi hai fatto, quante volte hai aperto Instagram oggi. Numeri precisi, aggiornati, sempre disponibili. Ma ...

Un'app ti dice quanto hai dormito, quanti passi hai fatto, quante volte hai aperto Instagram oggi. Numeri precisi, aggiornati, sempre disponibili. Ma se ti chiedono come stai, quella stessa app non sa risponderti - e spesso, dopo un po', nemmeno tu sai più rispondere senza guardarla prima.

La tecnologia può occuparsi bene di una cosa: ricordare i dati al posto tuo. Non può occuparsi dell'altra: sapere cosa quei dati significano per te. Confondere le due funzioni - lasciare che il dato ti dica come stai, invece di usarlo solo per liberare spazio a quella domanda - è dove nasce buona parte del disagio con la tecnologia della cura di sé.

Due tipi di memoria, non uno

Chi lavora nella relazione d'aiuto - counseling, terapia, supporto psicologico - ha sempre avuto a che fare con due tipi di memoria diversi. C'è la memoria dei fatti: quante ore hai dormito, quante sigarette hai fumato questa settimana, quante volte hai avuto un attacco di ansia. E c'è la memoria del vissuto: cosa hai provato quella notte che non riuscivi a dormire, cosa significava per te quella sigaretta, cosa stava succedendo davvero nella tua vita quando è arrivato quell'attacco.

Per decenni, tenere a mente entrambe le memorie era un lavoro che ricadeva quasi interamente sulla persona, spesso con un diario cartaceo o con la sola memoria umana - imprecisa, selettiva, che tende a dimenticare proprio i dettagli più utili. Oggi la tecnologia può prendersi in carico la prima memoria, quella dei fatti, con una precisione che nessun diario scritto a mano potrà mai avere. Questo, in teoria, dovrebbe liberare tempo ed energia per la seconda memoria, quella del vissuto - non sostituirla.

Dove la delega va storta

Il problema comincia quando la memoria dei fatti smette di essere uno strumento e diventa la risposta stessa. Quando guardi il numero di ore di sonno sull'app prima ancora di chiederti come ti senti stamattina. Quando il dato diventa più affidabile della tua stessa percezione, al punto da correggerla: "l'app dice che ho dormito bene, quindi dovrei stare bene, anche se mi sento a pezzi".

In quel momento la delega si è invertita: non è più la tecnologia che ti serve per liberare attenzione verso il vissuto, sei tu che hai delegato alla tecnologia il giudizio su come stai. È una differenza sottile, ma è la differenza tra uno strumento che aiuta e uno che sostituisce qualcosa che non dovrebbe essere sostituito.

Cosa aiuta

Usare uno strumento di tracciamento (sonno, umore, abitudini) come punto di partenza per una domanda, non come risposta finale: "il dato dice X, ma io cosa sento davvero?". Se la risposta a quella domanda fatica ad arrivare, o se il dato conta più della sensazione, è il segnale che vale la pena portare a qualcuno - un counselor, un professionista - non un'altra app.