Perché non riesci a sopportare un momento vuoto
L'ascensore, la fila, l'attesa che l'acqua bolla: ogni pausa vuota si riempie subito con lo schermo. Winnicott diceva che la capacità di stare da soli non è un dono di natura, è qualcosa che si costruisce, anche da adulti.
Un ascensore, una fila alla cassa, i due minuti in cui l'acqua della pasta arriva a bollore: sono momenti troppo brevi per fare qualcosa di significativo, e troppo vuoti per restarci dentro senza far niente. Quasi automaticamente, finiscono riempiti dal telefono, anche solo per scorrere qualcosa senza uno scopo preciso.
Una capacità che si costruisce, non un talento naturale
Donald Winnicott ha dedicato un intero scritto a quella che chiamava la capacità di stare da soli, osservando qualcosa che sembra paradossale: questa capacità non nasce dall'essere lasciati soli, ma dall'aver fatto esperienza, da bambini, di stare soli in presenza di qualcuno che c'era ma non interveniva, un adulto vicino, disponibile, senza bisogno di intrattenerci o rassicurarci ogni istante. È da quella sicurezza di fondo che nasce, più avanti, la possibilità di stare bene anche davvero soli, senza ansia.
Se quella base non si è consolidata bene, o se semplicemente non ci si è mai allenati a tollerare il vuoto (perché prima degli smartphone c'era comunque sempre qualcosa da fare, un giornale, i propri pensieri, e oggi il telefono anticipa ogni possibile noia), i momenti vuoti diventano scomodi quasi subito, e il riflesso naturale è riempirli.
Perché non è pigrizia o dipendenza
Faticare a tollerare un momento vuoto non è un difetto morale, ed è molto comune. È anche, secondo Winnicott, qualcosa che si può ancora costruire da adulti, non un tratto fissato per sempre nell'infanzia.
Cosa aiuta
Non eliminare il telefono da ogni pausa della giornata in un colpo solo, ma scegliere un solo momento breve, ogni giorno, da lasciare volutamente vuoto: senza telefono, senza un obiettivo preciso, solo per notare cosa succede quando non si riempie subito.
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