Perché ti senti in colpa dopo il doomscrolling, e perché la colpa da sola non basta a farti smettere

Dopo aver scrollato ti senti in colpa, ma la colpa da sola non ti fa smettere. C'è una parte di te che giudica e una che continua comunque: ecco perché non basta la volontà.

Metti giù il telefono dopo un'ora passata a scrollare senza nemmeno ricordare bene cosa hai visto. Il primo pensiero non è "cosa avrei voluto fare invece", è "che schifo, ho perso un'ora". Un giudizio secco, veloce, che non cambia niente per la prossima volta.

Questo scorrere compulsivo, spesso di notizie negative o inquietanti senza riuscire a fermarsi, ha un nome preciso: **doomscrolling**. È diventato di uso comune negli ultimi anni, ed è quasi sempre seguito dallo stesso schema: prima l'assorbimento senza pensarci, poi il senso di colpa a cose fatte.

Due voci, non una

Fritz Perls, psichiatra tedesco e tra i fondatori della terapia della Gestalt, descriveva un meccanismo interno che chiamava topdog e underdog: da una parte una voce che comanda, giudica, dice cosa "si dovrebbe" fare (il topdog), dall'altra una parte che subisce, rimanda, si ribella in silenzio facendo esattamente il contrario (l'underdog). Le due voci non collaborano: litigano. E più il topdog alza il tono, più l'underdog trova un modo, spesso passivo, per non ubbidire.

Il senso di colpa dopo una sessione di doomscrolling è quasi sempre la voce del topdog che si fa sentire in ritardo, a cose fatte. Il problema è che arriva sempre dopo, mai prima: non impedisce il gesto, lo commenta soltanto, con un giudizio che pesa ma non insegna nulla. È per questo che ci si può sentire in colpa cento volte per la stessa cosa senza che cambi mai niente: il giudizio e l'azione vivono in due parti diverse, che non si parlano.

Perché "datti una regola più severa" peggiora le cose

Un errore comune è rispondere al senso di colpa con una regola ancora più rigida (niente telefono dopo le 21, mai più social nel weekend). Ma se la regola nasce dalla voce che giudica, quella severa, è probabile che la parte che subisce trovi comunque un modo per sgusciare via, magari con più vergogna della volta prima. Il ciclo si ripete uguale, solo con l'aggravante di sentirsi anche più falliti.

Cosa aiuta davvero

Non è smettere di giudicarsi mai, è riconoscere che quella voce severa non è tutta la verità su di te, ed è ancora meno un piano d'azione. Capire cosa cerca davvero la parte che scrolla, quella che sembra "disubbidire", è più utile che rimproverarla più forte. È un lavoro che in un percorso di counseling si fa dando spazio a entrambe le voci, non zittendo la seconda a favore della prima.